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Pubblicato da il 31 Ott 2015 in Le Idee |

Avviare una attività imprenditoriale nel mondo economico attuale

Start-up

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15 ottobre dalle 15.30 alle 18.30 alla Sala Viglione di Via Alfieri 15

AVVIARE UNA ATTIVITA’ IMPRENDITORIALE NEL MONDO ECONOMICO ATTUALE.

OVVERO FARE START UP IN ITALIA E’ ANCORA UNA IMPRESA

Intervento di Luigi Spadarotto

Preambolo

Prima di svolgere il tema proposto dal titolo vorremmo mettere in evidenza che, nella analisi e nella conseguente discussione, più o meno accalorata, che solitamente riguarda i temi non confortati dalla evidenza dei fatti e dall’implacabile rigore metodologico delle scienze fisico-matematiche, prevalgono alcune non confessate tendenze.

Innanzitutto il ripudio, o l’aggiramento mediante sofismi, del principio di realtà . Ossia quell’assunto in base al quale, in psicologia della età evolutiva, il bambino rinuncia, sotto la pressione delle condizioni oggettive avverse del mondo esterno, alla gratificazione immediata di un bisogno, auspicando, con il rinvio, una gratificazione futura. L’energia psichica accumulata con il desiderio viene così imbrigliata in attesa che si presentino le condizioni favorevoli per l’appagamento.

Nella vita adulta il principio di realtà, al di fuori dell’ambito delle leggi naturali che dovrebbero valere per tutti, non ha la medesima forza persuasiva che possedeva nell’infanzia.

Alcuni tipi umani, presenti soprattutto tra i politici, pensano di poterlo scavalcare in ragione delle loro stentoree argomentazioni. Molti di costoro infatti sono convinti che la passione politica, la presunta validità di certe credenze alle quali si sono aggrappati acriticamente, siano di per sé in grado di prescindere anche dagli impedimenti più evidenti e insormontabili. Il riferimento culturale di questo atteggiamento va a radicate convinzioni ideologiche o religiose.

Un esempio attuale della elusione del principio di realtà è pensare che milioni di extracomunitari dalle tradizioni, usanze e religioni abissalmente diverse dalle nostre possano facilmente integrarsi e lavorare proficuamente in un paese come il nostro, territorialmente già sovra popolato, limitato in estensione, condizionato da ferrigni patti internazionali e in preda a una crisi economica, a una disoccupazione e a un debito pubblico senza precedenti.1

1 Sul tema controverso della riduzione delle nascite nella popolazione autoctona che verrebbe compensata dalla fertilità allogena non ci pronunciamo in questa sede. Ci limitiamo ad affermare, in chiave ironica, che se ci scarseggia il Brunello di Montalcino, non lo mescolandolo con un normale vino da pasto per garantirci la medesima quantità.

Con la negazione, un primitivo meccanismo psicologico difensivo, il proverbiale e “incompetente” bambino cancella dalla sua percezione una evidenza che gli procurerebbe sofferenza, in quanto intralcio al piacere desiderato.

Allorchè si raggiunge l’età adulta la difficoltà ad ammettere che esista una realtà obiettiva distonica viene superata mediante una opportuna scissione con la quale l’io ripudia/nega, di quella realtà, ciò che non è conforme al sottostante interesse collegato inconsapevolmente al bisogno di gratificazione.

Il soggetto, anche quello collettivo (un partito per esempio), invece di riscontrare gli aspetti contraddittori di ciò che succede, preferisce escluderli dalla propria recensione dei fatti appigliandosi in modo enfatico a ciò che conferma la sua visione del mondo. Nella vita politica gli esponenti, in particolare quelli della compagine in quel momento al potere, inclinano più facilmente in questo modo di pensare e di agire sostenuti dalla presunta solidità dei loro assunti ideologici.

Il fenomeno assume una veste più consapevole allorché un protagonista in scena, anziché negare con convinzione l’evidenza di ciò che dovrebbe invece conoscere, banalizza o trascura scientemente ciò che stride con le sue convinzioni.

Vale la pena di ricordare in questo preambolo, richiamando l’opera di sociologi come Merton e Max Weber, che l’attività meditata degli uomini ubbidisce a diverse regole implicite secondo che miri razionalmente ad uno scopo, che sia razionalmente intesa a corrispondere ad un valore o che sia assoggettata ad un impulso passionale.

E’ facile constatare che soltanto nel primo caso è possibile trovare un accordo con un contendente sulla base di un discorso ragionevole, documentato e assistito dalle dimostrazioni scientifiche. Negli altri due e specialmente nel terzo caso, allorchè l’attore è pervaso dalla passione e dall’onda irresistibile dei sentimenti, alla ragione sostituisce inevitabilmente qualche tipo di forza.

Avviare una impresa in Italia

Fondare nel nostro paese una impresa che attualmente conta più di sei milioni di unità2 dovrebbe essere una cosa facile oltre che spontanea. Sappiamo tutti che non è così. Magari la spontaneità è abbastanza presente, ciò che fino a poco fa era assente era la facilità. Infatti le autorizzazioni dagli Enti competenti stentavano ad arrivare nei tempi attesi, mentre ora grazie ad una direttiva europea del 2010 basta compilare un documento chiamato SCIA (Segnalazione certificata inizio attività) e nel giro di pochissimo il neo imprenditore è sul mercato3. La burocrazia nostrana imperversa subito dopo la nascita della attività allorchè la si vuol dotare delle condizioni tecnico-funzionali per poter svolgere il lavoro per cui è nata. Il giovane rampante pieno di entusiasmo se la deve vedere con gli uffici che dovrebbero rilasciargli o allestirgli il certificato antincendio, il collegamento telefonico o Internet, l’allacciamento alla corrente elettrica, la fornitura dell’acqua o del gas, l’applicazione dell’insegna all’ingresso dell’esercizio, l’eventuale autorizzazione ad occupare il suolo pubblico nel rispetto delle norme urbanistiche vigenti, il contratto con l’impresa delle pulizie, ecc.

2 I dati sono controversi, per una fonte sono 6.104.206 (infocamere 2012), per un’altra 3,843 milioni (www.ansa.it/europa/). Comunque sia sono di più che negli altri paesi europei.

3http://fareimpresa.comune.milano.it/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=6&Itemid=80

4 La distinzione del filosofo lettone è stata ripresa da Amartya Sen, 2007, La libertà individuale come impegno sociale,Laterza, Milano.

Questi adempimenti nulla hanno che vedere con la generazione dell’impresa, ma sono obblighi che attengono al suo funzionamento nella vita quotidiana all’interno di una società regolata da prescrizioni di legge.

Qui potremmo discutere della capacità delle Istituzioni, che devono concedere le autorizzazioni o provvedere ai servizi essenziali, di corrispondere alle attese del cittadino che si sta impegnando in una iniziativa dal cui adeguato funzionamento dipenderà l’incremento della ricchezza nazionale.

Ricorrendo ad un concetto a cavallo tra la sociologia e la filosofia coniato dal filosofo Isaiah Berlin4, potremmo, avendo in mente il travagliato iter di un titolare di start up, assimilare alla liberta positiva le sue capacità imprenditoriali, costruite con impegno e dedizione e includere nella libertà negativa tutte le restrizioni e gli ostacoli che l’ambiente e le leggi frappongono alla sua iniziativa.

Il mondo della formazione scolastica e professionale annovera ovviamente agenzie educative che rafforzano le capacità di adattamento, ampliando così la libertà positiva del potenziale imprenditore; mentre l’intervento della politica attiva dovrebbe sfoltire gli impedimenti incongrui che inibiscono la sua iniziativa. Tuttavia l’assenza di un indirizzo politico economico condiviso, specialmente in Italia patria delle fazioni e degli interessi loschi, impedisce di attuare una strategia coerente con la promozione di una imprenditorialità proficua.

Il contesto socio-economico-culturale (zeitgeist) , come indicatore di libertà negativa e precondizione per lo sviluppo economico.

I fatti, prima ancora che le ricerche scientifiche, ci dimostrano che l’attività economica è fiorente laddove esiste un retroterra propizio. Ossia dove è diffusa una certa mentalità adatta a generare e sviluppare le imprese e tutti i servizi ad esse necessari. Questa affermazione ci riconduce allo smisurato lavoro intellettuale del grande sociologo tedesco Max Weber che metteva in relazione due fenomeni ritenuti omogenei: la mentalità calvinista e quella capitalista. La prima infatti fu il retroterra culturale, maturato nella popolazione europea, assai utile al formarsi della seconda.

Weber infatti, indicando nello “spirito capitalistico” la disposizione socio-culturale che, accantonando la naturale sete di guadagno, induce il calvinista a reinvestire i frutti della propria attività per dar vita a nuove o a più imponenti iniziative economiche, intendeva dimostrare l’esistenza del sodalizio tra credo religioso e orientamento economico.5

5 Weber M., L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, BUR Rizzoli, edizione 2014. Trascuriamo ovviamente le critiche e le perplessità che hanno fatto seguito a quest’opera. Qui ci interessa mettere semplicemente in evidenza che una qualche iniziativa ha bisogno di un adeguato habitat per nascere e svilupparsi.

6 La figura prometeica dell’imprenditore innovatore è stata analizzata e diffusa dall’economista tedesco di fama mondiale Joseph A. Shumpeter . Una analisi del suo apporto scientifico si trova in Cozzi T.,1973, Teoria dello sviluppo economico, Cap.IV, L’opera di J.A. Shumpeter, Mulino, Bologna.

Lo studioso presumeva che la ricerca del guadagno economico mediante l’iniziativa privata, e il contestuale reinvestimento del profitto in ulteriori opere per accrescerne il capitale, fosse un tratto caratteristico del calvinismo completamente assente nei paesi di religione cattolica. In quell’ambito la ricchezza, che in qualche modo si produceva, non era indirizzata all’accrescimento dell’economia, ma era impiegata da chi l’aveva racimolata in modo più o meno lecito per rafforzare il potere politico o per coltivare le arti mediante il mecenatismo o, ancora, per ostentare il proprio status sociale con lo sfarzo dell’abbigliamento e la grandiosità delle proprie magioni.

Nelle terre riformate la priorità che dà prestigio sociale è l’accumulazione del capitale mediante fasi reiterate di investimento del profitto di volta in volta ottenuto con le iniziative imprenditoriali. Il piacere del Capitalista non sta nella esibizione sfrenata della propria opulenza mediante l’appagamento di soddisfazioni frivole e mondane, ma nel constatare la crescita ininterrotta del profitto e implicitamente del potere di indirizzo socio economico che esso gli conferisce. Codesta mentalità, tesa a perseguire l’utilità economica a scapito della mondanità, non poteva che germogliare in una atmosfera culturale adatta a concepirla in quel modo. Infatti la riforma protestante fece da culla alla inclinazione verso gli affari profittevoli, determinando col tempo e imprevedibilmente l’avvento di quella secolarizzazione che è l’impronta tipica della società moderna.

Un altro ragguardevole riferimento culturale che sociologi ed economisti considerano un caposaldo del fare imprenditoriale è la figura dell’imprenditore innovativo come artefice dello sviluppo economico6. In questo caso l’aura di prestigio sociale non avvolge solamente il capitalista investitore e accumulatore, potremmo dire lineare, di ricchezza, ma caratterizza soprattutto quel soggetto che, nel novero dei capitani di industria , sovverte i precedenti equilibri economici, tecnologici e commerciali introducendo inaspettate combinazioni dei fattori produttivi. E’la società sul nascere del 20° secolo, immersa nel fervore della scienza positivista e nello sviluppo travolgente della tecnologia a dare i natali a questo uomo simbolico che impersona la vitalità inarrestabile del progresso.

Se è accertato che lo spirito dei tempi (zeitgeist) è brodo di coltura adatto all’emergenza di novità epocali in seno alle diverse società, qualcosa di simile alla preparazione del terreno per far germogliare piante sane e vigorose, allora il problema da risolvere è quello che ci interpella su quali

siano le condizioni da predisporre affinché uno spirito imprenditoriale salubre e vigoroso sia in grado di dar vita ad una economia proficua, sostenibile e non segnata dalle profonde discriminazioni alle quali, da quasi sempre, gli interessi del capitale hanno dato luogo.

Limitandoci ad osservazioni sommarie constatiamo che in Italia settentrionale vi fu nel dopoguerra, grazie alla intraprendenza di uomini coraggiosi e tenaci, politici lungimiranti e soprattutto onesti7 e una scuola che pur con pochi mezzi assicurava un insegnamento efficace, qualcosa di simile ad un contesto appropriato alla attivazione di iniziative economiche audaci e promettenti.

7 L’onestà, ma forse meglio dire la rettitudine, dovrebbe essere a fondamento dell’agire individuale in una società che miri al mitico bene comune. Così si è recentemente pronunciato anche il Cardinal Bagnasco nella intervista rilasciata all’Avvenire intitolata “Senza gli onesti nessuna legge funziona”, da Avvenire, 1 ottobre 2015.

8 “Per fare l’imprenditore non basta tagliare i costi”, intervista al Prof.Fabiano Schivardi, cattedra in Entrepreneurship Università Bocconi di Milano, da www.ilgiornale.it, 09/10/2014

9 Secondo l’A.D. della FCA (Fiat Chrysler Automobile), intervistato da Francesco Guerrera sulla Stampa del 9 agosto 2015, il fallimento negli USA non è un’onta, ma è perfino un incentivo per ripartire con più lena e consapevolezza.

Attualmente il nostro paese sembra invece aver precostituito il terreno congeniale al dilagare della criminalità organizzata e della corruzione pubblica, alla affermazione di una mentalità opportunistica e gaglioffa, alla pietrificazione di un sistema scolastico che nonostante le tante presunte riforme ha generato un corpo insegnante rassegnato e senza autorevolezza, sballottato da un capo all’altro del paese al quale scolaresche imbambolate dalle tecnologie telematiche rivolgono una attenzione superficiale e scontrosa. La grande industria è ridotta al lumicino e la ricerca di base, con la quale si concepiscono le realizzazioni che dovrebbero alimentare lo sviluppo futuro, è una inezia ridicola. Se a questi segni di debolezza obiettiva si aggiungono una giustizia plantigrada che non assicura il rispetto della legge soprattutto nei confronti degli inermi, una legislazione farraginosa e pletorica, un Sud incapace dopo un secolo e più di affrancarsi dall’assistenzialismo e dalla tagliola delle mafie , l’incontrollato fluire di clandestini eterogenei e potenzialmente non integrabili se non a costi insopportabili e nel quale si infilano, gongolanti, le schiere criminali di mezzo mondo, allora è pressoché pacifico che in Italia non assisteremo forse mai più a risvegli rinascimentali, ma soltanto a un desolante e masochistico declino.

Le competenze e le capacità, come indicatore di libertà positiva, dell’aspirante imprenditore

Cominciamo col dire che anche in questo contesto non sono disponibili procedimenti e modelli che assicurino a priori l’affermazione di una Start Up. I dati infatti ci informano che, da noi, circa la metà delle nuove imprese esce dal mercato a cinque anni dalla loro nascita8. Si deduce pertanto che il fallimento dovrebbe essere evento costitutivo della azione imprenditoriale, sebbene la sua incidenza vari secondo il tipo di prodotto/servizio che si offre al cliente/consumatore.9

E’ chiaro però che si deve far di tutto per non incorrere in questo disdicevole evento.

Alcune capacità e attitudini devono far parte del bagaglio personale del neofita che si misura con l’attività autonoma. Possiamo citare alcune di quelle che fanno parte degli stimoli utilizzati nei sondaggi preliminari per accertare la predisposizione a questo tipo di cimento. Infatti non dovrebbero mancare doti essenziali come la disponibilità al rischio (ovviamente calcolato per non confondere questa prerogativa con l’irresponsabilità e la sventatezza); la capacità di definire con chiarezza gli obiettivi e quella di affrontare le situazioni imprevedibili con freddezza e lucidità;essere in grado di motivare i soggetti che coinvolgiamo nelle nostre iniziative; non arrendersi mai di fronte alle difficoltà che accompagnano un progetto avviato cui si crede e nello stesso tempo capire quando è il momento conveniente per desistere;e ancora, fra diverse altre che qui non citiamo, sapere che prima di prendere una decisione importante si devono raccogliere e analizzare con scrupolo i dati e le informazioni pertinenti offerte da accreditate fonti scientifiche.

E’ questo un punto importante col quale, astraendo dal pur necessario potenziamento delle capacità prettamente psicologiche, si conferisce alle proprie azioni una impronta professionale coerente con un paradigma economico avallato dalla ricerca scientifica e dagli indirizzi di politica industriale al momento perseguiti nel settore in cui ci si vuol immettere con i propri ritrovati.

Alcuni spunti per rafforzare lo “spirito imprenditoriale”.

Nonostante che le analisi delle condizioni macro economiche e gli indicatori sulla evoluzione dei vari mercati, svolte le prime prevalentemente da tecnici generalmente ben al sicuro nelle loro posizioni garantite, volgano entrambi al brutto o al depresso, come molti commentatori non allineati tendono oggi a confermare, il natural born entrepreneur non indietreggerà pervaso, come deve essere, dalla sindrome del pensiero positivo. La credenza che lo deve animare è che trovarsi al posto giusto, al momento giusto non è l’effetto del caso, ma è il risultato del suo indefesso impegno e di una costante e indomita determinazione.

Si pone a questo punto un annoso interrogativo: siamo noi con le nostre azioni e la nostra volontà a creare le opportunità che ci permettono di emergere o, invece, sono le opportunità che vengono scodellate da una avveduta politica economica governativa e da intelligenti e lungimiranti provvedimenti della amministrazione pubblica vigente?

Questo dilemma ci riporta alle condizioni socio-culturali che, in vari momenti storici e in specifici luoghi hanno fomentato l’intraprendenza in svariati campi della attività umana, generando nei cittadini sensibili il gusto della ricerca, la voglia di fare, il desiderio di misurarsi con l’imprevisto e il rischioso, anche a costo di andare in contro al disprezzo, all’invidia o al ridicolo.

Saremmo tentati, in prima battuta, di accogliere l’idea che se il famoso Stato promulgasse leggi opportune, organizzasse servizi efficienti e realizzasse strutture adatte, le iniziative produttive nei domini del sapere e nei settori della produzione materiale fiorirebbero spontaneamente come in un campo ben coltivato.

Sappiamo tutti che si cresce bene psicologicamente e fisicamente in una famiglia rispettosa delle leggi, rassicurata da un reddito corposo e costante, rasserenata dai reciproci buoni rapporti e capace di instillare e sostenere nei suoi membri il rispetto per i deboli e per le norme del vivere civile. Abbiamo invece idee diverse, che chiamiamo neo-liberismo o social democrazia, per rimanere all’essenziale, riguardo alle condizioni socio-politiche-economiche che generano famiglie di questo eburneo tipo.

Siamo strattonati da destra e da sinistra affinché si aderisca ad una delle due visioni del mondo, pur in assenza di dati e prove che dimostrino, senza la fatidica ombra di dubbio, che una data impostazione fornirà, se applicata, gli esiti felici auspicati.

Così nell’incertezza su quale piega prenderanno effettivamente l’economia, il mercato dei beni/servizi e del lavoro o gli affari internazionali, e parallelamente i più incisivi fenomeni sociali, buona parte delle istituzioni educative e le società di consulenza specializzate tendono a concentrarsi, almeno in occidente, sulle prerogative e le capacità del singolo individuo. Lo mitragliano con raffiche di pensiero positivo, lo incitano a modellare i personaggi eccellenti inoculandogli la convinzione che tra lui e i vincenti c’è solamente una differenza di volontà, lo esortano ad aggiornarsi perennemente e nevroticamente sotto la minaccia della emarginazione e della squalificazione irrimediabili.10

10 Le multinazionali dell’informatica hanno già decretato in che modo si verrà squalificati un domani, imponendo al mondo la rete e tutti gli accessori annessi e soprattutto plasmando le menti in modo che ci si senta super e in linea col progresso solo se si è dentro il cyber world.

11 Dyer W. W., 1982, Prendi la vita nelle tue mani, Rizzoli BUR, Milano.

12 Una delle frasi celebri del fondatore dei Boy Scout, Baden Powell

Gli rendono in pratica la vita impossibile, ma allettandolo con la fasulla sensazione che se si prende la vita nelle sue mani 11e se butta il cuore oltre l’ostacolo12 non ci saranno problemi ma solo

13 Gli esperti del Sole24 ORE, a cura di, La grande crisi, domande e risposte, Edizioni Sole24ORE, ottobre 2008.

14 Guerrera F. “GoUsaGo”, serie di 10 articoli sulla ripresa americana comparsi su La Stampa durante il mese di agosto del 2015. La citazione si riferisce al primo articolo intitolato “Nella ex fabbrica del viagra dove i nuovi artigiani creano i mestieri della rinascita USA”, quotidiano La Stampa, 2 agosto 2015.

l’orgoglio di avercela fatta, che , nel linguaggio dei padroni del vapore significa: “lo abbiamo assuefatto alla nostra causa”.

Proseguendo sulle tracce che convenzionalmente conducono alle Start-Up “vincenti”

Esulando dalle premesse che revocano in dubbio le magnifiche sorti e progressive prospettate dall’attuale assetto istituzionale europeo, vogliamo arricchire di ulteriori passi il percorso virtuale che conferisce all’apprendista imprenditore l’idoneità necessaria per affrontare il mondo della competizione.

Innanzi tutto, come si conviene, assumere una appropriata apertura mentale con la quale apprendere i rudimenti di discipline contigue, ma indispensabili, a quella in cui è stata partorita la business idea di partenza. Questo eclettismo misurato ci consente di scoprire, per esempio, alcuni aspetti cruciali del mercato.

In particolare conoscere a priori e successivamente veder confermati i motivi per cui il nostro prodotto/servizio è scelto dai clienti.

Inoltre, esso permette di dare una spiegazione alla ragione per cui, ciò che noi ritenevamo un vantaggio competitivo, non è per nulla percepito e quindi apprezzato dai compratori.

Di conseguenza, anche se questo processo a volte è doloroso, l’immersione nei saperi complementari ci fa rendere conto di ciò che il mercato vuole e che è stato purtroppo, a suo tempo, invisibile ai nostri occhi.

Senza tirarla tanto per le lunghe si dirà che l’ idea originale iniziale che ha fatto breccia nel mercato e che ha prodotto il benefico entusiasmo ha un valore transitorio, sia perché col passar del tempo (a volte pochi mesi) il mercato se ne satura, sia perché essa è rapidamente insidiata dagli imitatori che possono anche migliorarla. Facendo l’eco alle affermazioni del venerabile Schumpeter, si può constatare, quasi assiomaticamente, che non c’è pace e stabilità nella economia mercantile.

Gli ottimisti e gli intraprendenti definiscono questo stato di cose dinamico per non dire eccitante.

I pessimisti, o coloro che non si arrendono alle leggi impersonali del mercato, considerano l’inarrestabile brutale avvicendamento delle imprese innovative a quelle imprevidenti un fenomeno prevalentemente distruttivo e generatore perpetuo di malessere sociale (pochi infatti pensano al destino dei dipendenti che lavoravano nelle aziende falciate dalle avanguardie innovatrici).

Le qualità imprenditoriali che noi vorremmo veder spiccare

Nella recente rassegna delle mirabilie della ripresa economica negli Stati Uniti dopo il crollo di una fetta cospicua del suo sistema finanziario avvenuto con la crisi del 200813, Franco Guerrera, inviato de La Stampa, sottolinea la capacità quasi luciferina dello spirito imprenditoriale americano di risorgere dalle ceneri della recessione per generare non solo nuovi posti di lavoro, ma “di creare nuovi tipi di lavoro quando le industrie tradizionali non funzionano più”.14

Oltre a rimarcare la particolarità del mondo degli affari americano caratterizzato dal mito sempreverde delle opportunità, quasi ignorando le disuguaglianze abissali cui esso dà origine come effetto collaterale, questi servizi giornalistici mettono in evidenza l’entusiasmo dilatato con cui i giovani imprenditori intervistati perseguono i loro “sogni”. Infatti uno degli irrefrenabili esponenti del nuovo corso della cosiddetta “economia artigiana” persegue i suoi disegni con “una passione

quasi fideistica”, alimentata da “un desiderio maniacale di vincere e cambiare il settore in cui lavora”.15

15 Abbiamo che fare con una diciannovenne (Elisabeth Homes oggi a capo della Theranos , azienda che si propone di rivoluzionare l’industria delle analisi mediche) che a quella età ha capito ciò che voleva fare e vi ha dedicato da allora tutta la sua vita. Guerrera F., “GoUsaGo, “Analisi mediche con un clic”, La Stampa 29 agosto 2015.

16 A questo proposito viene subito in mente l’opera di Latuche. Latouche S., 2008, Breve trattato sulla decrescita serena,Bollati Boringhieri, Torino. Critico implacabile della economia consumistica e iper competitiva americana che conduce alla desolazione sociale e urbana è Stefano Bartolini. Bartolini S., 2013, Manifesto per la felicità, Feltrinelli, Milano.

Molti neo imprenditori di questa fatta erano dipendenti di ditte fallite, ma che grazie alla loro smania di conseguire il traguardo inscritto nella loro visione e alla caparbietà con la quale lo hanno perseguito, si sono “rimessi in gioco” e ci dovrebbero fornire la prova che la volontà abbinata alla competenza è la condizione indispensabile per emergere.

Alla conclusione di queste note concise sulle attitudini che sembrano distinguere un imprenditore da un lavoratore subordinato rimangono, a nostro avviso, ancora in sospeso alcuni interrogativi ai quali una visione politica meno miope e accodata potrebbe dare una risposta plausibile.

Prima di tutto chiederci, affidandoci per la risposta ad informazioni statistiche obiettive, quanti possano essere nella attuale società questi geni del dinamismo e della laboriosità in paragone alle moltitudini di uomini normali che, per vari motivi spesso inveterati, non dispongono né dei mezzi propri, né delle qualità personali per affrancarsi dalla mediocrità o addirittura dalla povertà. Dal che si può dedurre che il modello eccellente da imitare può valere per pochi soggetti ben dotati, ma non per la maggioranza delle persone comuni.

In secondo luogo un altro quesito si potrebbe appuntare sulla verifica di un aspetto paradossale della questione e che riguarda soprattutto gli USA, paese culla del neoliberismo. In altri termini, quanto l’ambiente iper-competitivo e logorante che vige in quel paese è congeniale alla fioritura di questi campioni dell’imprenditoria in erba che vedono nel successo mondano il senso esclusivo della loro vita anche a scapito degli equilibri sociali che dovrebbero assicurare una decente qualità della vita per tutti?

Inoltre interrogarsi su quanto la spasmodica incitazione a ben figurare, ad affermarsi in uno scenario in cui solo i vincenti hanno diritto di parola, abbia generato per contrasto sia una marea di giovani rincitrulliti dai consumi frivoli, sprofondati nella anedonia, incapaci di concentrarsi nello studio, sia una spietata criminalità avida delle stesse ricchezze insulsamente accumulate dai super dotati rampolli del turbo capitalismo.16

Noi ci auguriamo che una diversa e veramente illuminata generazione di giovani imprenditori soppianti, con le sue attività socialmente utili e ecologicamente sostenibili, quella che ha impunemente straziato la nostra “madre terra”.

Se oggi siamo qui per parlare di questi intricati problemi è perché vogliamo contribuire a risolverli.